di Alberto Massignan
Issarsi sulla cima di sei montagne dove nessuno aveva mai messo piede prima. Questo il risultato finale della spedizione alpinistico- esplorativa patrocinata dal CAI di Montecchio Maggiore, effettuata quest’estate in Pakistan. Oltre al Karka (6.222), sono state scalate la cima Aga Khan (5678), la Cima dei Vicentini (5750), Quinto Peak (5684), la Cima da Nominare (5519) e la Cima Belvedere (4500).
Quando l’esperto scalatore Alfred Linsbauer ne vide le pareti, rimase sicuramente col fiato corto. Era il 1967 e al ritorno dal Pakistan, nella sua relazione, l’austriaco descrisse il Karka come una montagna “assolutamente inaccessibile.” Quarant’anni dopo, la spedizione guidata dal montecchiano Brunello (alla quinta avventura nella zona) è riuscita a smentire il collega, risalendo tutti i 6.222 metri della vetta. Ecco l’impresa vissuta dagli alpinisti vicentini Mara Babolin, Andrea Caprara, dai leoniceni Bruno Castegnaro, Roberta Bocchese. E soprattutto dai nostri intervistati, la piccozza di Quinto Vicentino Tarcisio Bellò, e il leader della spedizione Franco Brunello (classe 1939). La catena montuosa dell’Hindu Raj è la terza più alta al mondo: si trova schiacciata tra l’Hindu Kush e il Karakorum, poco distante dall’Himalaya, nella regione nord-occidentale del Pakistan chiamata Hunza, conosciuta per essere il posto dove secondo la leggenda vivono le persone più longeve del mondo.
Come ci si prepara per una spedizione di questo livello?
FB: La preparazione si divide in due direzioni. Da una parte c’è quella fisica, tecnica e atletica, dalla quale non si può prescindere. L’altra, che richiede altrettanto impiego di tempo, è quella della ricerca di materiali ed informazioni: non è semplice trovare mappe e foto dell’ambiente che si va ad esplorare. Bisogna studiarle e confrontarle attentamente, provare a capire le difficoltà in gioco. Questo angolo di mondo era stato ritratto solo in qualche vecchia mappa militare russa, di cui siamo riusciti ad entrare in possesso non senza difficoltà. Ad ogni modo, sul posto, abbiamo anche capito di non poterci fidare completamente di queste indicazioni: sulle carte esistono porzioni di territorio assolutamente inventate o dove c’è scritto semplicemente “qui ci sono molti ghiacciai”. Al limite dell’ironia.
Per quale ragione avete scelto queste montagne?
FB: Negli anni ‘60-’70, questa era una delle zone più frequentate dagli esploratori occidentali. Poi, causa una lunga guerra dov’erano coinvolte Pakistan e Urss, le porte della regione sono state chiuse per quasi vent’anni. Nel ‘97 ci siamo resi conto che restava un pezzettino di mondo praticamente inesplorato, e faceva parecchio gola andarci per primi o quasi. Ricercare vie sempre nuove è alla base del vero concetto di alpinismo.
Non temevate per la vostra incolumità? Gli incidenti e i tristi risvolti di alcune spedizioni sono state di recente sotto gli occhi di tutti.
FB: L’ambiente in generale per noi non presentava più una novità, date le esplorazioni compiute in precedenza. Molti incidenti oggi succedono a causa dell’incoscienza delle persone, o della loro scarsa preparazione. Quando acquisti esperienza riesci ad andare in posti pericolosi sapendo già quali sono le trappole da evitare. Bisogna avere testa e non rischiare troppo.
Allora, com’è questo Karka?
TB: Il Karka è impressionante, crea angoscia a guardarlo dal basso… A sud è formato da roccia, a nord è completamente ghiacciato. In pratica, la parte finale consiste in una cresta di 1200 metri sempre impegnativa, che non ti lascia mai una sosta, tutto è ad alta difficoltà. Pensi che in poco tempo ti troverai a salire tra strutture di ghiaccio ripide ed imponenti. Per questo è una vetta di prestigio: dalle foto ne resti stregato, e salirla pare impossibile.
Ci racconti l’ascesa?
TB: Pensavamo di salire dalla parte rocciosa, ma scariche di sassi e continui boati ci hanno fatto cambiare idea. Ci son voluti 2 giorni di cammino per aggirare la montagna e portarci sotto la parete nord, coperta di ghiaccio. Altri tre giorni di fatiche per arrivare alla vetta, e sfortunatamente abbiamo pure beccato la nebbia (ride). Il primo giorno abbiamo attrezzato 300 metri di corda fissa, a quasi 100° di pendenza. Abbiamo dovuto effettuare passaggi in artificiale su strapiombi, con i chiodi da ghiaccio, i fittoni da neve e usando corde con le maniglie unidirezionali jumar, che permettono solo di salire, senza perdere centimetri. Per la notte siamo dovuti scendere alla base, e poi ecco cominciare altri due giorni tra le pareti del Karka, sulle quali abbiamo anche dovuto bivaccare: pala da neve e sacco a pelo leggero, abbiamo trascorso la nottata a 5.500 metri. Una scelta obbligata, perché in quel punto è scattata la bufera e non si vedeva più niente, era troppo rischioso continuare. Abbiamo chiamato quel posto “il castello dei sogni di ghiaccio”: anche al ritorno a casa, in fotografia, quel posto sembra illeggibile, totalmente chiuso. Ci vuole intuito e senso della montagna per potersi muovere senza far danni. Il terzo giorno ci siamo trovati “in trincea”, si camminava tra la neve inconsistente, spalare era l’unica soluzione. E poi finalmente la vetta. Pareva incredibile. A parte la nebbia, l’emozione era palpabile, come la consapevolezza di essere riusciti in una grande impresa. La tensione nervosa accumulata dopo tre giorni che vai solo verso il cielo, si scioglie in un attimo. La felicità che abbiamo provato non è descrivibile a parole.
Non una sola vetta, ma ben sei, molte non programmate. Un grande successo indubbiamente, ma come le avete decise, all’improvviso?
FB: Si studia la sistemazione orografica del luogo, e per prima cosa si prova ad acclimatarsi scalando qualche cima più bassa. Per scegliere la via da salire invece, lo si capisce solo con l’esperienza e una buona dose di logicità. Bisogna soprattutto riuscire a cogliere i segnali dal contesto, captare i messaggi di pericolo e le zone da evitare. Ci vogliono mille attenzioni per non sbagliare, tentare di fare sempre le scelte più logiche.
I pericoli maggiori?
TB: Ci siamo trovati in un ambiente molto ripido, pensavamo a pendenze attorno ai 50°/60°, in verità si stava sempre tra i 70°/90°. Il clima cambiava improvvisamente e senza preavviso: in una giornata bellissima poteva arrivare subito la bufera, per poi passare alla nebbia, e poi ancora il sole pronto a bruciarti.
Meglio essere protagonisti di una spedizione esplorativa o arrivare sui tetti del mondo?
FB, TB: La domanda ci appassiona, e chiaramente abbiamo una risposta. Sugli 8000 al giorno d’oggi ci si mette in fila, gli alpinisti sono tutti là, sembra quasi una zona turistica. Non vogliamo togliere nulla alle prestazioni di altri scalatori, ma la nostra avventura è semplicemente diversa, non paragonabile. Sui posti dove siamo stati non sai cosa trovi. La montagna è tua, e anche se la quota è inferiore, non lo è la difficoltà. Il nostro concetto di alpinismo è diverso: la disciplina è nata per essere esplorativa. Ripetere una via già fatta è molto simile a copiare un quadro.
La soddisfazione per il “ci sono stato io per primo” batte dunque “io sono salito più in alto”?
FB, TB: Pensiamo sia soggettivo. L’importante per noi, a parte l’evidente successo dato dalle vette conquistate, è che nessuno si sia fatto male e che una volta a casa si è amici più di prima. La spedizione deve essere armonica e l’impegno comune. Negli 8000, storicamente, c’è sempre qualcosa che crea tensione e divisione. Per noi, il successo di uno è la soddisfazione per tutti.